Tecnologia al servizio del diritto

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Cosa potrà insegnare il corona virus e l’emergenza globale al sistema processuale italiano

di Riccardo Ruta Ruta

La pandemia da Covid-19 ha cambiato il mondo, modificando profondamente le nostre abitudini. Non torneremo indietro ma dovremo cambiare il nostro stile di vita nonché le modalità con la quali svolgiamo la nostra professione.

 Mentre ci avviamo ad una lenta ripresa della normalità quotidiana dopo i tragici eventi passati, parliamo dei risvolti positivi che si possono trarre. Credo che l’uomo debba imparare dalla crisi e destarsi più forte e più concreto che mai.

Il corona virus ci ha insegnato a rispettare le distanze, ci ha insegnato a fare la spesa online, ha costretto molti avvocati delle precedenti generazioni ad usare al meglio il processo telematico, mandare mail e forse a fare udienze in videoconferenze. Terminologie e strumenti dell’era moderna che tutti ormai dovrebbero praticare.

Ma nel mondo del diritto e dei processi per parlare di “Tribunali Virtuali” siamo ancora ben lontani.

Il mio punto di vista, da appassionato di tecnologia e da giovane avvocato, è un pò troppo rivoluzionario ma ho lo stesso il piacere di condividerlo con voi.

Dopo il pct, il pat e il ptt , anche le udienze da remoto ed un probabile ptp (processo telematico penale) saranno strumenti abituali di trattazione.

La distanza che ormai ci separa dai palazzi di giustizia come dai clienti è innegabile, ma questa è l’emergenza da Covid-19,  il prossimo futuro, il  post pandemia deve trovarci pronti a mettere in pratica quanto sperimentato sin d’oggi e sfruttare le grandi potenzialità della tecnologia applicandole alla giustizia e alla nostra professione. Il vero problema non è la fiducia nella tecnologia, ma la fiducia nel prossimo. Perdere il contatto materiale e personale col giudice e con i colleghi deve essere uno stimolo per fidarsi della Giustizia, per rimanere distanti sotto il profilo emotivo ma applicarsi ancor di più sotto il profilo tecnico e professionale.

Le fasi transitorie del processo non necessitano atti articolati o trattati di dottrina giuridica, ma indicazioni e citazioni mirate e concrete.

Di sicuro non riesco ad immaginare arringhe difensive penali in telematico, come le note conclusive ex art. 190 c.p.c. o le brevi note scritte per concludere un processo del lavoro, ma articolare mezzi di prova, deposito di prove documentali o le più semplici richieste di rinvio si. Certo tutto va ancora regolato e reso sempre più funzionale, ma questo processo è già in corso.

Non voglio sostituirmi al legislatore, ma proprio in questi giorni ho sentito molti animati dibattiti sul processo penale con le modalità dell’udienza da remoto, e credo che si debba fare chiarezza. Nessun processo telematico vuole porsi come alternativa all’udienza in presenza ne tanto meno vuole essere una violazione dei diritti del contraddittorio o degli imputati. Si parla di privacy e di svilire la professione ai minimi storici. No non è cosi. La giustizia telematica deve essere intesa come uno strumento a sostegno del processo non come un limite.

Una riforma del processo penale che apre le porte alle piattaforme informatiche come per il PCT è necessaria. Nessun diritto sarà leso se si pensa al supporto virtuale come elemento funzionale del procedimento penale.

Proseguendo, e tolto il peso ai giudici di leggere atti “corposi”, torniamo alla discussa video conferenza che permetterebbe di gestire i partecipanti in modo dinamico. L’intera udienza avrebbe forse un tono più serioso, potrebbe essere totalmente registrata, e permetterebbe ai giudici di mantenere un rigore e una ritualità spesso sopita. Non parlo di puntualità e ritardi, le mattine in tribunale sono una vera palestra, ma di precisione e correttezza. Ancora oggi si assiste spesso ad udienze gestite in modo confusionario, fascicoli che si strappano, documenti ed allegati che, alcune volta, si perdono. Ecco, la digitalizzazione e la telematicizazione del processo hanno avviato un percorso che una volta completato sarà solamente d’aiuto se regolamentato e sorretto dai buoni principi già noti.

Tornando all’analisi delle ottimizzazioni che un’infrastruttura giuridica telematica apporta, sono molteplici le perplessità ma anche le novità da aspettarsi. Tra quest’ultime, i tempi processuali potrebbero trarne beneficio. Tolte le dilazioni di rito relative a memorie e comparse, le udienze potrebbero durare meno del previsto se non addirittura essere super rapide, “flaggare una casella per la presenza e confermare le richieste attraverso un modulo online. Le recenti novità offerte dalla Silicon Valley, redattori di atti e avvocati virtuali in grado di calcolare le probabili vittorie del proprio cliente, sono sempre più vicine.

Dobbiamo prendere atto che un avvocato spesso perde un intera mattina per una sola udienza, mentre delle udienze cadenzate, in modo telematico sulla base di un sistema informatico funzionate, permetterebbero di risparmiare tempo.

Un importantissimo passo avanti, che spero possa davvero trovare presto applicazione e diventare realtà,  è il domicilio virtuale. Mi spiego meglio, a scanso di equivoci.

Per domicilio virtuale intendo un indirizzo PEC dove trasmettere, inviare ogni tipo di documento, notifica o atto giudiziale amministrativo con la possibilità quindi di ricevere certezza della consegna. Oggi tutti i professionisti lavorano con la posta elettronica certifica, e perché non estendere questo servizio a tutti i consociati? Basti pensare alle Poste italiane, un anagrafica nazionale quasi completa, oppure alle reti telefoniche. Ho molto più semplicemente l’anagrafe comunale. Associare un indirizzo pec automatico ad un utente di Poste italiane, o ad un numero telefonico dopo averne verificato l’identità del titolare. Un percorso che nel tempo possa dotare ogni cittadino di un domicilio virtuale al pari di come sta avvenendo con lo SPID. Ciò permetterebbe di semplificare le notifiche di ogni atto (avviene già con le pec). Pensate al risparmio di tempo in termini processuali, pensate alla validità di queste notifiche e la conseguente validità di ogni comunicazione fatta con questo sistema elettronico. Al pari dell’attuale sistema PEC utilizzato dal processo telematico, dall’esattoria, perché non estenderne la potenzialità a livello capillare su tutto il tessuto sociale? Forse è utopico, ossessivo e fantascientifico, ma se ci pensate bene non è cosi lontana come soluzione. Un futuro in cui l’avvocato 2.0, come già appellato da molti, deve essere al passo coi tempi, pratico e professionale è ormai alle porte. Non dobbiamo stupirci, tutt’altro, dobbiamo imporci  di lavorare insieme per disciplinare la rivoluzione che oggi è stata necessariamente avviata a causa del Covid19.

Potrei continuare col suggerire argomentazioni e nuove forme di aggiornamento telematico, potrei scendere nei particolari tecnici, ma credo che ogni ulteriore focus vada fatto attraverso un tavolo di confronto. Scriviamo il futuro, scriviamolo insieme.

Riccaro Ruta Ruta - Avvocato del Foro di Palermo

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